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Articolo dell'On. Maino Marchi sul voto alle regionali

10 giugno 2015


Un mese fa ho concluso un mio intervento affermando che, dopo l’italicum, a sinistra ci vuole la politica e un partito.

Avevo lasciato volutamente nell’ambiguità quest’ultima invocazione sul partito. C’è chi mi ha chiesto: un altro partito, ma non c’è il PD? Rispondo che non ho mai pensato a una forza politica diversa dal PD. Il problema è che il PD deve essere maggiormente un partito. Non deve essere, quindi, una somma di comitati elettorali che si confrontano con le primarie appena c’è qualcuno da candidare nelle istituzioni o da eleggere nel partito. Deve essere un soggetto politico, con regole che vanno rispettate da chi vi aderisce, in grado di avere sedi di confronto per elaborare in modo collettivo politiche per gli ambiti locali e nazionali e contribuire ad elaborare quelle europee e mondiali. Un soggetto che si confronti continuamente con le forze e le organizzazioni sociali che hanno proposte da fare, o anche solo esigenze da sottoporre, sui vari temi che la politica deve affrontare.

Siamo questa cosa? Penso che molti risponderebbero di no. C’è l’esigenza a sinistra di un partito con queste caratteristiche? Non credo che la risposta al nostro interno sia unanime, ma ritengo  ci siano varie posizioni. Quindi bisogna discuterne.

A me sembra una prioritaria necessità dopo le regionali. Si discute se il PD abbia vinto o perso. Prima di tutto bisogna porsi la questione che, purtroppo, ancora una volta, c’è stata un’alta astensione. Non così alta come alle regionali dell’Emilia Romagna, ma ugualmente molto preoccupante. Ritengo che la discussione su quale partito debba essere il PD sia una parte della discussione su come cercare di arginare l’astensione.

Dal punto di vista dell’esito elettorale, a me sono sembrate evidenti due cose. Se si valutano i risultati del PD, prendendo in esame il 2014 e questo primo semestre 2015, è indubbio che siamo di fronte a un risultato senza precedenti: la vittoria netta alle europee con il 41% e l’aver portato a 17 le regioni governate dal PD e da schieramenti di centro sinistra e solo a 3 quelle governate dal centro destra.

Se invece si valutano solo le sette regioni in cui si è votato il 31 maggio, non si va oltre il pareggio.

Nel 2010, nell’anno dei peggiori risultati della gestione Bersani, in quelle sette regioni abbiamo vinto in 5 e perso in 2. Esattamente come nel 2015, con lo scambio Campania – Liguria, con più fatica a vincere dove si è vinto, oltre che con peggiori consensi del PD sia rispetto alle europee che alle regionali 2010.

Tutto ciò porta a porsi alcuni problemi.

Uno è il tipo di radicamento territoriale che ha il PD. Certamente non all’altezza delle esigenze di una fase politica come questa.

Abbiamo bisogno di ragionare sull’uso delle primarie: grande strumento di democrazia e di partecipazione, ma che non può sostituire il ruolo degli organi dirigenti del partito.

Senza un partito si fa fatica a far politica. Anche se si ha un leader con forte presa mediatica.

In questo voto c’è il segno di almeno tre cose che non sono andate come si deve.

Stanno arrivando i primi effetti positivi del jobs act e delle politiche economiche. C’è un aumento consistente dei contratti a tempo indeterminato e un leggero aumento dell’occupazione. Sembra però che abbiamo solo tolto o ridimensionato l’art.18.

Abbiamo messo più risorse per la scuola, presentato un piano per assunzioni, ripreso ad investire sull’edilizia scolastica, ma veniamo dipinti come quelli che vogliono tagliare ancora sulla scuola pubblica e favorire la scuola privata.

Stiamo facendo molti provvedimenti contro la corruzione, ma riescono a farci passare come quelli che hanno molti dirigenti sotto il torchio della magistratura.

Abbiamo bisogno di dialogare di più con il Paese.

Per questo ribadisco che dobbiamo avere la volontà di volere un partito più attrezzato e abbiamo l’esigenza di fare la fatica del confronto estenuante e la pazienza di cercare la soluzione migliore con i nostri interlocutori. Io ritengo che la politica sia questo, insieme alla forza di proposte di cambiamento che il PD ha, che ha messo in campo e che sta portando avanti con decisione.

Non deve venir meno la determinazione di questi mesi. Va accompagnata con ciò che fin qui è stato carente. Altrimenti il rischio che forze antisistema, come M5S e Lega, alla fine prevalgano è un rischio esistente e concreto.

On. Maino Marchi



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