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L'On. Maino Marchi invita alla lettura della introduzione di Andrea Orlando al Seminario di "Rifare l'Italia" sui Partiti

26 maggio 2015


Allegati scarica l'introduzione di Andrea Orlando

La Costituente e il dibattito intorno all’articolo 49 della Costituzione

La demonizzazione dei partiti, che oggi registriamo come un fenomeno diffuso e profondo, non è solo il frutto di condizioni oggettive ed errori soggettivi che si sono compiuti negli ultimi 25 anni nel nostro Paese. Essa è, più ancora, lo sviluppo inarrestato di una contraddizione insita nel patto che ha dato vita allo Stato democratico. Un’incongruenza di sistema che ha lasciato i partiti nel limbo di un equivoco.

Il Novecento ha registrato la fase “eroica” dei grandi partiti di massa, in cui, come scrive Calise, essi “difendono lo Stato, lo reincarnano e rivitalizzano facendosi promotori e strumento della incorporazione delle masse". "Non ci sarebbe Stato democratico”, prosegue, “se non ci fossero stati i partiti a difendere il principio e la forma dell’identità collettiva. Grazie al ruolo instancabile dei grandi partiti popolari, […] la rivoluzione delle masse non è precipitata subito nel gorgo anonimo della folla solitaria, ma ha trovato un solido ancoraggio nella propria storia nazionale. E questo ancoraggio ha salvato la democrazia del Novecento, ha immesso nelle sue procedure la linfa dei mondi vitali, delle comunità di destino”.

Questa dinamica ha, per l’Italia, un’origine non scontata. Ricordo un determinante passaggio storico: siamo alla fine del 1945 e alla crisi del Governo Parri. Il Quirinale pensa di risolverla con un nuovo governo Nitti-Orlando. Questa formula indica la volontà di resurrezione della vecchia Italia liberale, con una semplice rimozione della parentesi del ventennio fascista, ed un ritorno al 1922, a prima della marcia su Roma. L’”heri dicebamus” di Einaudi, insomma. Togliatti indica, come alternativa, la presidenza a De Gasperi, proprio perché rappresentativo di un grande partito di massa; quindi “meglio di quegli uomini così detti indipendenti che non debbono render conto del loro operato che ai loro quattro amici e alla loro vanità”.

Questa scintilla da vita al più pesante Stato dei partiti dell’Europa occidentale. Un tornante della nostra storia nazionale non scontato ma, allo stesso tempo, necessario. In quanto in Italia, per l’“incorporazione delle masse” nell’alveo dello Stato, non sarebbe bastata una Costituzione o una Repubblica. Le spinte centrifughe e i fattori di frammentazione erano troppi e troppo compositi; tanto da determinare un grado eccezionale di diffidenza verso l’autorità statuale. Li conosciamo bene perché con alcuni di essi facciamo i conti ancor oggi: il raggiungimento tardivo dell’unità nazionale, la questione meridionale, il familismo e il localismo, per cintarne alcuni. In più l’8 Settembre; poi l’attesa rivoluzionaria da una parte, ma anche l’onda lunga del “non expedit” dall’altra. Stava ai partiti, dunque, il compito di disinnescare questa miscela esplosiva e tradurre le masse nel solco dello Stato democratico.

Il compito fu svolto con autorevolezza ed il frutto più fecondo di questo sforzo fu la Carta Costituzionale. Le culture politiche dei grandi partiti si sono fatte “stato” sostanziale generando lo Stato formale attraverso una potente azione pedagogica (così come, possiamo dire, la cultura italiana si era fatta “nazione” dando poi corpo all’unità nazionale). Ma è proprio questo sforzo che ha generato l’inevitabile contraddizione che richiamavo prima. Gli stessi partiti, infatti, per svolgere questa missione, non hanno potuto ricomprendere la loro funzione e la loro netta collocazione all’interno del perimetro costituzionale, se non in modo ambiguo.

Ne è dimostrazione il dibattito che si generò in seno alla Costituente e che diede vita, infine, all’articolo 49 così come lo leggiamo ora. Da una parte ci furono formulazioni volte ad una disciplina giuridica più netta dei partiti; con l’indicazione del “metodo democratico” non solo come regola di condotta dei rapporti tra essi, come poi è stato, ma come principio generale, che valesse anche al loro interno. Il presupposto era attribuire ai partiti dei poteri di natura pubblicistica e sancire conseguenziali controlli sulla loro organizzazione interna. In tal senso andarono le proposte di Umberto Merlin e Pietro Mancini e, soprattutto, le elaborazioni di Lelio Basso e Costantino Mortati; con il sostegno di Moro. Questi ultimi proprio sulla scorta della dottrina costituzionale liberale tedesca; la quale in Germania riuscirà, infatti, a far inserire nell’art. 21 della Legge Fondamentale (Grundgesetz) il principio che l’ordinamento interno, le finalità dei partiti e il comportamento dei loro aderenti dovevano essere corrispondenti ai principi fondamentali della Costituzione. Da qui si origina un modello tedesco di Stato dei partiti regolato, con l’approvazione, già dal 1967, di norme conseguenti.

Nella Costituente italiana, invece, questa impostazione si scontrò con la lungimirante diffidenza di Togliatti. Il PCI temeva, come esplicitò Marchesi, che queste formule potessero essere interpretate, anche da un governo a base democratica, “per mettere senz’altro il partito comunista fuori legge”. E questo timore, espresso nel novembre del ’46 fu ancor più forte nel maggio del ‘47, con la svolta di De Gasperi, il quale portò la Direzione democristiana a dare il via libera per aprire la crisi che poi darà vita al governo con Einaudi, senza comunisti e socialisti. Se in questo quadro non ci furono forzature sull’articolo 49 lo si dovrà, poi, alla necessità di non mettere in dubbio l’accordo di fondo Dossetti-Togliatti sul quale si reggeva la prospettiva di un ampio consenso finale sulla futura Carta; il quale, in quel clima, era già un miracolo. La posizione togliattiana di inserire in Costituzione il riconoscimento della funzione del partito ma senza cristallizzazioni trovò sponda, infatti, proprio in Dossetti; che riconobbe come la democrazia si orientasse “verso un indirizzo diverso dalla struttura formalistica della democrazia parlamentare” di cinquanta anni prima. Un simile indirizzo sarebbe stato necessario “interpretare e convogliare, perché della possibilità di disciplina e di consolidamento di queste nuove realtà democratiche [sarebbe dipesa] la sussistenza della democrazia”.

Le ragioni, insomma, dell’impossibilità di avere una definizione meno ambigua del profilo dei partiti nella Costituzioni sono chiare: la natura eterogenea dei grandi partiti di massa italiani; il quadro internazionale nel quale essi si collocavano e il contesto di una “democrazia protetta”; la natura ideologico/religiosa delle loro fondamenta che ne facevano, in un certo senso, dei partiti-chiesa, con tratti dogmatici difficilmente normabili; metodi interni, il centralismo democratico da una parte e il manuale Cencelli dall’altra, che non erano assimilabili al più generale metodo democratico. A riconoscere questa impossibilità sarà lo stesso Mortati nel 1958, nel corso di un convegno dell’Unione dei giuristi cattolici dedicato proprio a questo tema: “l’esperienza si è incaricata di dimostrare” affermerà, “che tutto era un’illusione” e che le ipotesi di regolazione del partito politico “nella nuova atmosfera di contrasto radicale di interessi fra partiti” rischiavano di “tradursi in strumento di persecuzione contro quelli dell’opposizione, con grave danno per le esigenze del dinamismo sociale particolarmente avvertito nel nostro Paese”. In questo giudizio avrà forse pesato l’effetto che ebbe, in Germania, il richiamato principio contenuto nella Legge Fondamentale: esso fu utilizzato dalla giurisprudenza della Corte Costituzionale Federale Tedesca (Bundesvervassungsgericht) nelle due celebri decisioni del 1952 e del 1956, nelle quali furono dichiarati incostituzionali il partito socialista ed il partito comunista tedeschi.

Resta il fatto, comunque, che il massimo punto di sintesi raggiunto con la formulazione dell’articolo 49 non era sufficiente ad impedirgli di rifluire, come molti costituzionalisti hanno poi osservato, nell’articolo 18; e cioè nel semplice diritto, per i cittadini, di associarsi liberamente. Il richiamo al partito c’era ma restava sospeso. Si definiva il fine comune che tutti i partiti dovevano condividere ma non i mezzi che essi dovevano utilizzare. Questo equivoco conteneva, insomma, una contraddizione destinata a pesare.

 

Dibattito nei partiti e fra i partiti nella prima Repubblica

Roberto Ruffilli, non molto tempo prima di essere assassinato dalle Brigate Rosse, disse: “i partiti hanno compiuto una funzione vicaria rispetto alle incompiutezze dello Stato italiano”. Per una lunga fase della storia repubblicana, dunque, partiti forti poggiarono su uno Stato debole. Una tensione, questa, che non poteva non scaricarsi sia nella dialettica interna ai partiti, sia nel rapporto tra essi.

In ogni partito si sviluppò una discussione che risentiva delle anomalie che ho richiamato.

Il PCI ha dovuto in particolare fare i conti con il rapporto che esso aveva con la Terza Internazionale e con l’Unione Sovietica. La disputa tra Secchia e Togliatti, con i tentativi di intromissione nella guida del partito italiano e nella tenuta sulla scelta della costituente democratica da parte di Stalin, ne sono il principale esempio. A questo va aggiunta la difficile gestione del dissenso, in una concezione che imponeva che la distinzione tra diverse sensibilità e diverse scelte strategiche, muovesse in un perimetro molto stretto; da cui era facile uscire e finire sui binari dell’abbandono o dell’espulsione.

Anche la DC, che invece ha contenuto al suo interno spinte reazionarie e riformiste, in una sommatoria ampia e contraddittoria, ha dovuto fare i conti con lo stesso equivoco. Anche qui, con il tramonto di De Gasperi, le tendenze a mettere sotto accusa i “partiti antisistema”, rompendo il patto costituzionale, sono state difficili da governare. Il meccanismo correntizio ha poi trasformato il partito organizzativo di massa in partito elettorale di massa (o “partito pigliatutto”), inceppando spesso la capacità proattiva del partito ed, in questo caso, anche del Governo. Lo dimostrano le polemiche che hanno investito i leader che hanno provato ad affidare al partito la definizione “dall’alto” di una visione di sintesi: lo fece Fanfani, ad esempio, che in particolare alla fine degli anni ’50, nell’esaurirsi della stagione centrista, fu accusato dai dorotei di un approccio quasi “leninista” alla direzione del partito.

Dispute tra modelli di partito, nel rapporto con le Stato e con le masse, hanno attraversato anche il PSI nelle sue diverse fasi e i partiti d’élite o di minor radicamento come i liberali, i repubblicani, i socialdemocratici o il partito d’azione. Funzione, prospettiva e organizzazione sono rimasti argomenti incompiuti anche in ragione dell’ancoraggio ad un vizio d’origine.

In egual modo, sul terreno dei rapporti tra partiti, l’equivoco primigenio ha determinato tensioni costanti. In un quadro che però ha visto i “partiti antisistema” evolvere in una progressiva integrazione; prima, naturalmente, in un quadro parlamentare con un dominio della maggioranza e del Governo; poi negli organi di garanzia; dunque in una dinamica di “cogestione” Parlamento-Governo. Infine nel Governo per il PSI ed ovviamente e non per il PCI, a causa della conventio ad escludendum.

I primi segnali delle storture provocate da questo sistema eccezionalmente precario sono quelle che Giuseppe Maranini indicò già nel 1949 al dibattito internazionale con il termine “partitocrazia”. Parola poi abusata e distorta in funzione di una propaganda antipartitica ma che, nella sua accezione originaria, voleva porre in evidenza la necessità di dotare il Paese di uno Stato dei partiti regolato. Non si trattava affatto, quindi, del rifiuto dei partiti politici e della loro funzione negli ordinamenti democratici ma di una loro regolazione, appunto.

Mi pare interessante, in questo senso, ricordare il significativo tentativo che nel 1958, fece Luigi Sturzo, allora senatore a vita, presentando la prima proposta di legge che delineava una possibile soluzione al problema. Nella relazione al progetto, Sturzo richiamava con forza sia la necessità di “togliere la grave accusa diretta ai partiti e ai candidati dell'uso indebito del denaro per la propaganda elettorale”; sia quella di “affrontare il problema giuridico della figura e dell'attività dei partiti”; e sial’obbligo [per i] rappresentanti dei partiti di depositare nella cancelleria del tribunale competente lo statuto e le successive variazioni”.

Si trattava del primo di tanti tentativi che sono sempre finiti su un binario morto. Solo nel 2013, con l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti su cui poi tornerò, si contempleranno alcune delle previsioni che qui Sturzo proponeva. In questo primo caso, prudentemente Sturzo rinviava il tema della regolazione della democrazia interna ai partiti. Ma non bastò a superare le diffidenze dell’opposizione, a quel tempo ormai aggravate dall’approvazione della legge truffa, dall’esautorazione e dalla morte di De Gasperi, e dallo spostamento a destra della DC.

 

Il crollo del muro di Berlino e tangentopoli

Gli anni che vanno dalla caduta del muro di Berlino a tangentopoli hanno determinato uno sconquasso del sistema politico tale che è corretto oggi, nell’analizzare in particolare gli errori soggettivi, non eccedere troppo con il senno di poi. Per restare al punto, tuttavia, è giusto riconoscere che era esattamente quello il tempo in cui, cadute alcuni precedenti insormontabili impedimenti, bisognava approvare una legge sui partiti. Tanto più in vigenza del finanziamento pubblico. Non come panacea di tutti i mali ma come tassello di una strategia complessiva tesa a puntellare le fondamenta dello Stato democratico.

Poteva prevalere, come poi è effettivamente accaduto, l’idea che fosse necessario avere partiti più flessibili, in grado di reggere un’esplosione di disillusione verso lo Stato, di diversa natura ma forse di pari intensità a quella post-bellica. Ma a questa idea si sarebbe dovuta contrapporre la consapevolezza che non si era più dotati di partiti di massa ma quasi di un loro simulacro. E soprattutto si sarebbero dovuti cogliere tutti i limiti, che hanno poi perdurato per due decenni, di una tendenza a mettersi “a favore di vento” delle scappatoie demagogiche e populiste.

A queste considerazioni si aggiunga la più importante, ai fini del mio ragionamento: i partiti si erano progressivamente trasferiti “al libro paga” dello Stato; non solo con il finanziamento pubblico ma soprattutto con la giusta individuazione di indennità di carica per un numero sempre maggiore di rappresentanti istituzionali ed amministrativi. In un rapporto inversamente proporzionale con il numero dei funzionari di partito.

Insomma, partiti deboli e delegittimati appesi ad uno Stato debole. Condizione, questa, aggravata dall’offensiva delle élite conservatrici e reazionarie del Paese che avevano gioco facile, in questo modo, a mettere sotto lo stesso tiro partiti e Stato.

Tutto questo ha prodotto un indebolimento del patto costituzionale implicito ed esplicito. E ha dato spazio a spinte disgregatrici ed antipolitiche con le quali abbiamo dovuto e continuiamo a dover fare i conti.

Questo vale per i partiti eredi dei grandi partiti di massa, che pure hanno fatto tentativi di evoluzione politica, alcuni dei quali nella giusta direzione, e prodotto alcuni sforzi positivi nelle diverse prove di governo. Rispetto a questo però ha prevalso una tendenza a voler recuperare quota mantenendo alcuni limiti che invece bisognava con più decisione superare, e mollando come zavorre alcuni principi e alcuni strumenti che invece era giusto ed utile conservare.

Gli eredi del PCI hanno mantenuto la tendenza oligarchica e burocratica dei partiti organizzativi di massa; con una sempre minore organizzazione e senza massa. E con un spirito di autoconservazione delle stesse classi dirigenti ed una compressione del naturale ricambio generazionale.

Gli eredi della DC hanno dato vita a formazioni politiche “cartello”, mantenendo piattaforme politiche trasversali e sacche notabilari tipiche dei partiti elettorali di massa; con pochi voti e, anch’essi, senza massa.

Si è ceduta invece una visione autonoma della realtà ed una solida cultura politica alternativa, anche se non più ideologica, al pensiero liberista dominante. In particolare si è rinunciato a conservare gli strumenti per comprendere i limiti di quest’ultimo; per prevederne crisi e ripiegamenti.

Si è cercata, piuttosto, la legittimazione a sopravvivere diminuendo il più possibile il tasso di alterità, fino a dotarsi di una cultura subalterna a tutto ciò che sembrava maggiormente al riparo dalla temperie populista: i poteri finanziari o economici, in grado o meno di affrontare la sfida della globalizzazione, i grandi mezzi di comunicazione di massa, i poteri e gli organi dello Stato altri dal Parlamento, le burocrazie nazionali ed europee.

 

Il Partito democratico

Il più significativo tentativo di procedere sulla giusta direzione di marcia è stata la nascita del Pd.

L’ennesima prova di governo azzoppata dalla frammentazione delle coalizioni coatte fa maturare, seppur in modo tardivo, una cruda verità: il gioco di prestigio elettorale che dà vita a coalizioni eterogenee, le quali rinviano a dopo il voto la sintesi del programma, poteva consentire di vincere ma non di governare. E questo effetto, applicato al corpo malato di un Paese che invece ha bisogno di radicali riforme e di solidi governi, produce una progressiva diminuzione della credibilità dell’ordinamento democratico e delle sue Istituzioni. Fino ad avvicinarsi pericolosamente al punto di non ritorno.

In questa esigenza si colloca, io credo, la formula della “vocazione maggioritaria”. Essa tuttavia pagava il prezzo, al netto delle condizioni sfavorevoli e degli errori tattici, di non essere autosufficiente. Se priva delle necessarie riforme costituzionali, elettorali, della forma di governo e della regolamentazione dei corpi intermedi, essa rischia di essere il carburante giusto messo nel serbatoio sbagliato.

Il Pd nasce intuendo anche la necessità di una ricostruzione della partecipazione. Lo fa con le primarie, alle quali attribuisce anche un valore identitario. Anch’esse, tuttavia, covano un vizio d’origine che poi ha, in tante, troppe occasioni, dimostrato. Esse sono un utile strumento per rendere più democratica e più trasparente la selezione di alcune candidature. Non vale però per tutte e non vale automaticamente anche per le cariche di partito. Soprattutto non vale da solo, se non coerentemente inserito nel complesso di norme per l’intera “legislazione elettorale di contorno”. Ecco perché, per tornare al punto, anche le primarie vanno riformate, come il partito sta già facendo, e ripensate nel quadro di una regolamentazione generale delle funzioni pubblicistiche dei partiti. Anche al non secondario fine di renderle certe, continuative nel loro impianto e non inquinabili.

Il Pd, inoltre, fa una scelta non scontata: decide di chiamarsi “partito”. Ed è, io credo, una scelta opportuna e coraggiosa; in quanto non neutra.

 

Crisi economico/istituzionale e crisi dei partiti

Fin qui ho argomentato intorno al tema del partito. Chiuderò, infine, sull’applicazione definitiva dell’articolo 49 come compimento di una infinita transizione istituzionale e sui limiti e le potenzialità di un Pd da ricostruire. Ma voglio chiarire adesso che io non penso affatto che il rilancio del partito politico passi esclusivamente per una norme di legge. Così come penso che l’assenza di questa non è da sola la causa di tutti i suoi mali.

I partiti sono strumento della politica e questa è chiamata a fare i conti con la realtà e con le sue dinamiche. Se la politica resta impotente, come oggi in gran parte è, non è possibile immaginare partiti se non come inutile sforzo volontaristico collettivo.

La partecipazione, infatti, si muove e deve muoversi intorno al potere, come possibilità di modificare concretamente la propria vita e, per quel che ci riguarda, emanciparla da diseguaglianze ed ingiustizie.

Le crisi che, a diversi livelli, abbiamo subito in questo tempo, hanno prodotto degli sbarramenti al fluire del potere politico che, partendo dai cittadini come demos, deve poter giungere alla vita concreta di ognuno, passando per corpi intermedi ed Istituzioni.

Penso innanzitutto all’economia del debito e alle grandi speculazioni finanziarie, fenomeno che Reichlin ha efficacemente sintetizzato come una “gigantesca ondata di denaro che non rende conto a nessuno e che sta percorrendo il mondo arricchendo enormemente una ristretta oligarchia ma creando al tempo stesso nuove povertà”. Penso al progressivo spostamento dell’asse geopolitico mondiale dall’Atlantico al Pacifico, per imponenza pari solo allo spostamento che c’è stato nel XVI secolo dal Mediterraneo all’Atlantico; penso alla conseguente crisi dello Stato sociale europeo, su cui poggiava gran parte della credibilità delle diverse formule socialdemocratiche continentali; penso alla messa in discussione del modello di democrazia rappresentativa così come lo abbiamo conosciuto; penso all’arenarsi del progetto di unione europea, al quale pure avevamo affidato il compito di risolvere la crisi degli Stati nazionali; penso, infine, a tutti i limiti specifici della democrazia e dell’economia italiana, che si aggiungono e moltiplicano quelli già elencati.

Potrebbe apparire, questo, come un de profundis della speranza di restituirci una politica, e quindi un partito, utile per la sua naturale missione. Al contrario: è il suo programma di base, per quanto molto vasto.

Di certo, sarebbe velleitario immaginare che sia possibile una rilegittimazione della politica che aggiri queste sfide. Questo vale per tutti e soprattutto per le forze progressiste.

E, si badi, non c’è solo un rapporto diretto tra crisi economica e sociale e crisi della democrazia. Quest’ultima è certamente un dato mai acquisito per sempre, perché deperibile se non si dimostra capace di incidere positivamente sulla vita materiale delle persone. Ma c’è anche un rapporto diretto tra struttura produttiva e organizzazione della politica ed, in particolare, dei partiti. Il fordismo ha contribuito a generare i grandi partiti organizzativi di massa; fabbriche e partiti erano, come ha osservato Calise, tra loro in molti aspetti simili. Un nuovo sistema produttivo, afferente alle nuove dinamiche economiche, deve farci pensare ad una conseguente riorganizzazione della politica. Il lavoratore di una multinazionale, ad esempio, deve poter difendere i propri diritti contando su un partito che incide nei rapporti con quella realtà produttiva. E non solo impropriamente con il Sindaco del posto e con le sue competenze urbanistiche o parzialmente autorizzative. Naturalmente se non c’è realtà produttiva, se le aree industriali si desertificano, se non c’è una dinamica di sviluppo solida e capace di futuro, non c’è respiro per la politica. 

Al tema del lavoro segue l’articolato tema dei servizi pubblici; i partiti sono chiamati a svolgere un ruolo significativo anche per la migliore e più equa organizzazione di essi. In questo senso non aiuta la confusione amministrativa che si è determinata negli ultimi anni in Italia. Il partito può incidere nella definizione della classe dirigente e delle politiche per le autonomie locali, le quali raccolgono parte della devoluzione di potere degli Stati nazionali, Ma queste debbono poter avere una complessiva congruenza di competenze e permettere, in questo modo, anche alla partecipazione democratica di poter svolgere la sua funzione.

Per coloro che apprezzano le metafore informatiche post-moderne: se il partito, in sintesi, è per il cittadino un’interfaccia che non consente di aprire nessuna applicazione di potere, afferente ai propri problemi, ai propri progetti e alle proprie speranze, è difficile immaginare che possa attirare un qualche suo interesse. Se non per incontri relativi alla definizione di candidature ad Istituzioni che poi sono, anch’esse, interfacce impotenti.

Ecco perché la ricostruzione, insomma, di un’infrastruttura economica, amministrativo-istituzionale e democratico-partitica, sono parte di uno stesso progetto e ognuna è essenziale per le altre.

 

Attuazione dell’articolo 49

In questo quadro una legge sui partiti è, dunque, non sufficiente, ma oggi assolutamente necessaria.

Si deve partire dall’intervento legislativo per l’”abolizione del finanziamento pubblico diretto, disposizione per la trasparenza e la democraticità dei partiti e disciplina della contribuzione volontaria e della contribuzione indiretta in loro favore”, approvato definitivamente agli inizi del 2014. Un provvedimento che contiene elementi che vanno nella giusta direzione ma che, ai fini di una regolamentazione completa dei partiti, è insufficiente; questo anche in quanto esso fu generato dalla necessità di correre in qualche modo ai ripari, per il troppo terreno perso nei confronti delle attese di riforma della politica.

Una progetto di legge sui partiti deve considerare in modo complessivo ed incisivo le fasi pubblicisticamente rilevanti della vita infrapartitica: il tema degli iscritti, dei loro diritti e dei loro doveri, e l’elezione degli organismi dirigenti interni; il tema della selezione delle candidature; il tema della cosiddetta legislazione elettorale di contorno: cioè, tra le altre cose, incompatibilità, ineleggilibilità, conflitto d’interessi, finanziamento, comunicazione politica, sondaggi.  

Tutto questo a partire dalla personalità giuridica dei partiti, sulla quale siamo buoni ultimi in Europa.

Il tema del finanziamento dei partiti merita un appunto ulteriore. Con l’abolizione del finanziamento pubblico così come l’abbiamo acriticamente determinato, si è creata una pericolosa situazione di vuoto. Non c’è infatti una seria griglia per lo sviluppo del finanziamento privato alla politica. Siamo nelle condizioni ideali perché quasi tutto possa apparire come corruzione. Anche per questo è urgente una legge sulle lobby e una regolamentazione più stringente sulle Fondazioni collegate ai partiti, entrambe assenti nel nostro Paese.

Detto ciò, resta da compiere una riflessione più generale sul modello europeo di finanziamento pubblico. Mi rendo conto che nel nostro Paese essa, per non essere fraintesa, può svolgersi solo a valle di una necessaria rilegittimazione della politica. Ma, siccome la storia è maestra, credo sia utile ricordare che la prima forma di finanziamento pubblico in Italia, approvata nel 1974, fu il frutto dello “scandalo dei petroli”, in cui un meccanismo corruttivo vincolava alle politiche energetiche dell’Enel i partiti di Governo di allora. Non è un caso, d’altra parte, che 36 Paesi europei prevedano un finanziamento pubblico regolare e 18 sulla base delle spese della campagna elettorale. O che, per restringere il campo alla sola Unione Europea, l’unico membro a non prevedere alcun genere di finanziamento pubblico sia Malta. Negli stessi Stati Uniti è in corso un dibattito su provvedimenti simili, a sostegno dell’indipendenza della politica dai grandi poteri economici e finanziari.

Muovo da qui, però, per chiarire che, nel proporre una Legge sui partiti, non penso ad una visione organicista che faccia di questi un pezzo dello Stato. Sarebbe una soluzione che, irrigidendo le organizzazioni politiche, determinerebbe una situazione uguale e contraria a quella attuale, e genererebbe tanti problemi quanti quelli che potrebbe risolvere. I partiti debbono restare un corpo intermedio, capace ancora e sempre più di tradurre nel solco democratico le diverse spinte di una società articolata e diffidente. Una visione organicista spingerebbe fuori dal perimetro democratico i sentimenti più radicali di protesta antisistema. Per questo è essenziale conservare la libertà e la flessibilità dei partiti politici, con una proposta equilibrata che contemperi tutte queste esigenze.

Io credo che il terreno dell’applicazione dell’articolo 49 della Costituzione sia anche il più giusto complemento dell’“italicum”. L’idea che il rapporto tra parlamentari e cittadini si conservi solo con l’espressione delle preferenze è sbagliata e contraria all’intero impianto culturale di un partito che, come ho già detto, ha voluto chiamarsi non a caso “partito”. La Nazione non si rappresenta solo con sommatoria di coloro che hanno una grande capacità elettorale, in una piccola porzione di territorio. Dirigenti nazionali, intellettuali, tecnici, ma anche i rappresentanti di mondi deboli, per definizione dotati di mezzi insufficienti ad affrontare, anche economicamente, una competizione a preferenze uniche; anche questi possono e debbono portare il loro contributo al Parlamento, perché anche questi sono il Paese. E la maggior parte di essi sono proprio nella nostra “parte” di Paese.

Il combinato tra libertà di dar vita a un partito, democraticità della sua vita interna garantita per legge e mix tra preferenze e indicazioni di partito, quindi, garantisce un’ampia espressione della rappresentanza. E, al contempo, garantisce la governabilità, che è condizione necessaria per l’efficienza e, dunque, per la legittimazione ultima e più importante delle Istituzioni; senza la quale non esiste legge elettorale capace di contenere la sfiducia dei cittadini.

Allo stesso tempo, una legge sui partiti è anche un modo per rendere più forte la risposta ai rilievi che la Corte Costituzionale ha mosso al “porcellum”.

Credo, insomma, che si impongano le condizioni per ampliare il baricentro della legittimazione democratica, dalle sole assemblee elettive ai corpi intermedi. Questi vanno certo riformati ma, se il mio ragionamento è corretto, tutt’altro che eliminati; in un progetto di riorganizzazione che sia, come dicevo in premessa, parte della più complessiva offensiva riformista che stiamo compiendo. Un’offensiva che, è bene ricordarselo sempre, fa leva sul piccolissimo scarto elettorale delle elezioni politiche del 2013; su esso poggiamo l’intero impianto del nostro lavoro. In un contesto che ha visto, nel resto d’Europa, le forze progressiste arretrare e cedere terreno; in particolare a favore di estremismi e populismi di ogni marca.

Proprio sul terreno del partito politico, tuttavia, penso si debba abbinare con intelligenza, alla determinazione e alla velocità, un’ampia partecipazione. Penso, ad esempio, alla possibilità che proprio sull’applicazione dell’articolo 49 si chiamino in causa i circoli del Pd. Magari in un congresso tematico dedicato esattamente alla funzione democratica del partito, coniugata al tema della rappresentanza sindacale, con l’applicazione dell’articolo 39, e alla regolazione delle lobby e delle Fondazioni collegate ai partiti; scongiurando in questo modo un dibattito autoreferenziale. Non sarebbe improprio che una discussione di questo tipo si potesse sviluppare in concomitanza della richiesta di mobilitazione che rivolgeremo loro in occasione del referendum confermativo delle riforme costituzionali.

Credo sia utile aggiungere, come ultimo argomento, che una legge sui partiti può essere un’efficace sfida nei confronti di tutti quei movimenti o partiti che nascondono, dietro una propaganda di iper-partecipazione e rappresentanza diretta, soggetti politici con natura proprietaria e refrattari ai controlli. Non è difficile prevedere che essi soffriranno molto l’idea che una legge possa entrare nel vivo delle loro malcelate contraddizioni.

 

Partito della nazione o partito del lavoro

L’alternativa a tutto quello che ho provato a dire è decidere, senza ipocrisie, che del partito si possa fare a meno. È una scelta che vale la pena approfondire. Una democrazia senza partiti non esiste. Nella forma estrema di un rapporto diretto, senza mediazioni, tra “capo” e popolo si producono tendenze plebiscitarie di tipo cesaristico; le quali si collocano ad un solo passo dalla negazione della democrazia stessa, con il conseguente cedimento a forme di Stato autoritario o, peggio, totalitario.

Prima di giungere a questa fase estrema, tuttavia, la strada è lunga. E tra stato dei partiti democratici e plebiscitarismo c’è il ritorno a un sistema già ampiamente noto alla storia. Quello governato da “partiti notabilari”, rappresentativi di consorterie, corporazioni, localismi ed altri simili interessi particolari. La repubblica democratica dei “cittadini assoluti”, in quanto sciolti da qualunque raggruppamento particolare, è un’utopia o, come credo io, una distopia. Di certo, però, non esiste in natura.

C’è, tuttavia, chi sottolinea la necessità di superare la “parzialità” insita nell’idea di partito. Nell’accezione più politica di questa preoccupazione, si vuole far emergere la necessità di rappresentare gli interessi di tutti, indistintamente ed in modo trasversale. Anche in questo caso, niente di nuovo. I “partiti pigliatutto” che ho già richiamato avevano questa ambizione: per questo proponevano piattaforme vaste, flessibili e sufficientemente vaghe da parlate ai più disparati strati della società; con una connotazione essenzialmente elettorale e, quindi, una partecipazione solo formale degli iscritti; con una selezione dei candidati quasi esclusivamente sulla base della loro capacità elettorale; e con un conseguente utilizzo del potere per alimentare questi interessi elettorali, piuttosto che quelli generali. Con la formula di “partito della nazione” si rischia di riproporre per troppi versi questo superato modello. Magari affidandosi al potere salvifico della personalizzazione. Ma la personalizzazione assoluta è come la repubblica dei cittadini assoluti: un’illusione.

Per altro verso, si tende a confondere da secoli il partito con la fazione, conseguendone un’avversione intrinseca all’interesse generale. È in genere vero esattamente il contrario: una società è, per definizione, un insieme di interessi tra loro in conflitto; e chi è in grado di rappresentare al meglio una parte di essa, è poi in grado di compiere più efficacemente di chiunque altro uno sforzo di sintesi. Chi invece, magari affidandosi all’altra illusione di una società priva di conflitti, parte dall’indistinto interesse di tutti, poi diventa facilmente preda dei particolarismi ed è incapace di stabilire un ordine di priorità. Inoltre, come ha scritto bene Cundari, “la consapevolezza della propria parzialità è il cuore della laicità della politica, perché implica il riconoscimento dell’altro, la mediazione, il dissenso, la discussione, il compromesso”. Ecco perché temo che la formula “partito della nazione” possa essere un pericoloso ossimoro. Piuttosto un partito per la nazione, cioè in grado di svolgere una funzione nazionale, a partire dalla sua identità e dalla sua forza; capace di dire con chi sta e contro quali privilegi si vuole battere; quali pezzi della società vuole liberare; a chi vuole riconoscere diritti negati. E la funzione nazionale assegnata al partito è un compito, è bene sottolinearlo, che riguarda tutti i partiti e non solo il nostro. Con la formula di “partito della nazione” si rischia di spingere le altre forze politiche lontane da questa funzione. Anche nel definire noi stessi, invece, dobbiamo tenere fermo il valore generale della costituzionalizzazione di tutti i soggetti politici.

Già Toqueville osservava che, in tempi di pace, i programmi di partito tendono ad assomigliarsi tutti. Come a dire: quando le cose vanno più che bene, quando ce n’è in abbondanza, è tendenzialmente autolimitante essere “di parte”. Se anche questo fosse vero in astratto, di certo quelli che attraversiamo non sono tempi di pace e dietro le scelte valide per tutti e per tutti vincolanti, si celano spesso nette visioni ideologiche: cito, ad esempio, l’offensiva che si è sviluppata in Europa in alternativa alle miopi politiche di austerità. Oggi essa è considerata giusta da molti, in Italia praticamente da tutti. Ricorderete che solo tre anni fa questa discussione non si poteva nemmeno prendere in considerazione.

L’ultima, e forse più diffusa, considerazione è quella relativa al portato rivoluzionario delle nuove tecnologie di comunicazione. Esso è, per alcuni, così dirompente dei metodi di partecipazione che cambia in radice la natura dei partiti. In questa lettura, dando per scontato che la comunicazione sia l’essenza della politica, si deduce che le sempre più rapide evoluzioni tecnologiche in qualche modo incidano su questa essenza. Di certo l’evoluzione cresce a velocità talmente esponenziale che non passerà molto tempo perché quello che oggi consideriamo strabiliante sia superato da nuove “meraviglie” della scienza e della tecnica. Diciamo che, seppur con tempi più lenti, è sempre stato così. E che, tuttavia, alcuni fondamentali della politica e della sua organizzazione sono rimasti invariati o sono mutati in modo indipendente. A questo aggiungerei che alcune dinamiche politico-organizzative di altri Paesi del mondo che condividono con noi il tempo della rivoluzione dei social network e dei new media, non sono state più di tanto sconvolte. Tra questi anche i Paesi che queste rivoluzioni le hanno generate. Forse allora c’è un punto più di fondo: relativo al secolare divorzio tra classi dirigenti italiane e fasce intellettuali della scienza e della tecnica, che pure continuiamo a produrre in grande quantità, destinandole più che altro all’esportazione. C’è, anche qui, un fraintendimento tra nuovismo ed innovazione. E c’è un’eccessiva fiducia che i mezzi possano sostituirsi ai contenuti. L’idea di chi pensa che la ricetta sufficiente sia quella di brandire con sicurezza i nuovi mezzi di comunicazione è, in fondo, uguale e contraria all’idea “organizzativista” di chi vorrebbe affidare alla semplice riproposizione della macchina dei vecchi partiti di massa. È probabile invece che i mezzi, vecchi e nuovi, diventino efficaci solo se c’è una solida cultura politica ad animarli.

Dico questo anche perché, consapevoli dell’esponenziale accrescimento del potere dei mezzi di comunicazione rispetto agli altri poteri, i partiti sono chiamati ad assumere con più forza una necessaria funzione di filtro; per impedire che le più svariate ondate politico-mediatiche dettino acriticamente l’agenda delle priorità, trasformandosi frettolosamente in produzione normativa.

Di quale partito, dunque, abbiamo bisogno, per affrontare, senza affidarci a vuote formule salvifiche, le sfide che abbiamo di fronte?

C’è bisogno di un partito del lavoro e dei diritti. E con questo intendo anche un partito che si misuri con le condizioni reali del Paese; perché non è indifferente che esse siano economicamente espansive o recessive. Nel primo caso un partito del lavoro traduce l’equità con l’estensione dei benefici della crescita, quindi in funzione regolatrice; nel secondo caso la traduce principalmente con politiche che producano nuovo lavoro, quindi in funzione propulsiva. Un partito del lavoro ricostruisce una sua presenza tra i lavoratori dipendenti e tra le piccole imprese, tra i precari e tra coloro che cercano lavoro; “ricostruisce” vuol dire anche che la rappresenta nei suoi organismi dirigenti e gli attribuisce un preminente peso specifico.

C’è bisogno di un partito della rete. Perché, acquisita l’attenzione a non confondere mezzi e contenuti, è vitale riconoscere l’importanza che assumono oggi questi nuovi luoghi di partecipazione e di confronto. E il partito ha l’obbligo di ridefinire, in modo chiaro e consapevole, il proprio assetto organizzativo sulle novità che essa ha determinato.

C’è bisogno di un partito organizzato e non solo di un marchio; purché questo sia privo di tendenze oligarchiche o burocratiche. E un partito organizzato innanzitutto conosce la sua composizione, a partire dal profilo sociale e lavorativo dei suoi iscritti, più che la loro collocazione nelle filiere correntizie o personali.

Un partito organizzato è impensabile se persistono fenomeni di tesseramento gonfiato, con iscritti che controllano pacchetti di “tessere” che non corrispondono a reali tesserati. In questo modo, il ruolo dei veri iscritti, quelli che si iscrivono liberamente e spontaneamente, viene compresso, fino a diventare ininfluente. Per affrontare questo problema potrebbe essere utile guardare il sistema di tesseramento dei grandi partiti europei, in cui non si registrano fenomeni analoghi.

C’è bisogno di un partito per i giorni di ferie e non solo per quelli di festa; laddove questi ultimi sono le elezioni, che restano il cuore della partecipazione democratica; e i primi sono il tempo che intercorre tra un’elezione e l’altra; in cui un partito vero veicola una partecipazione continua sulle scelte più importanti ed è presente nel vivo del conflitto sociale. Un partito, inoltre, non autoreferenziale: ma in rete con altri corpi intermedi (sindacati, associazioni, categorie), autonomi da esso ma capaci di veicolare una domanda politica che altrimenti sarebbe impossibile intercettare.

Penso, a proposito di tutti questi aspetti organizzativi, al lavoro, promosso da Orfini e Barca, di mappatura ed indagine delle caratteristiche dei circoli e della loro vitalità a Roma. Sono certo che se ne potranno trarre indicazioni interessanti e spero che l’esperienza possa dimostrarsi metodologicamente esportabile.

C’è bisogno di un partito popolare. I noti editorialisti che, con cipiglio aristocratico, suggeriscono partiti che viaggino a mezza altezza per non sporcarsi le scarpe con una plebe poco più che malavita comune, somigliano molto alla classe dirigente della vecchia Italia liberale che ho ricordato: sempre capace di lasciare che degenerino tutte le peggiori tendenze plebiscitarie per poi indignarsi o magari offrirgli una dotta giustificazione storica.

C’è bisogno di un partito delle idee e dei progetti. Penso ad un numero fisso di campagne tematiche cha abbiano l’obiettivo di mobilitare la partecipazione di iscritti e non iscritti. In questo senso voglio richiamare l’esperienza compiuta dall’SPD e ricordata da Paolo Borioni in un suo articolo, proprio su Left Wing: uno studio fa emergere che tra gli iscritti di quel partito quasi il 70% chiede di essere costantemente coinvolta su aspetti programmatici; a fronte di un 40% che chiede di poter concorrere alla scelta dei candidati e degli incarichi di partito. Occorre anche per noi, allora, immaginare strumenti referendari per chiamare gli iscritti ad esprimersi su grandi questioni, di carattere nazionale o locale.

C’è bisogno di un partito dell’elaborazione, della ricerca e della formazione delle nuove classi dirigenti. E questo non in senso tecnocratico ma puramente politico; come acquisizione della capacità di prevedere e poi governare gli eventi, invece che subirli. Per avere nelle mani le redini della consapevolezza del proprio tempo. In questo senso ha ragione di essere un partito che si arricchisce di collaborazioni con fondazioni e centri studi veri, capaci di produrre idee e proposte e in grado di rafforzare il dibattito interno e il lavoro istituzionale. Per questo è urgente dotarsi finalmente di una legge che favorisca questi luoghi.

C’è bisogno, infine, di un partito che coniughi pluralismo ed unità; in quanto dotato, nelle sue classi dirigenti, di una solida cultura delle Istituzioni. Le regole, anche formali, che garantiscano le minoranze, debbono essere portatrici anche di un codice di comportamento che faccia perno su un ragionevole vincolo di maggioranza.

Se tutto questo vale per i partiti nazionali, ha un valore ancora maggiore per i partiti europei: questi sono stati oggetto di dibattito e divisione nelle nostre passate dispute interne ma non sono mai stati oggetto di un’attenzione vera. Eppure sono strumenti essenziali che vanno davvero fondati e fatti vivere; perché non siano, invece, solo come una sommatoria di partiti nazionali. Il ritardo su questo terreno credo sia una delle cause dell’incompiutezza del processo d’integrazione politico-istituzionale del continente. Dunque, anche da questo cimento potrà maturare lo scatto in avanti, verso gli Stati Uniti d’Europa. Penso, ad esempio, che sia maturo il tempo per un vero congresso del PSE: un’assise che coinvolga le istanze di base, elegga il suo segretario generale in un dibattito nitido tra opzioni distinte. Un evento, insomma, che ci doti di uno strumento politico percepito da tutti come vivo e reale.

 

Non ho voluto, e chiudo davvero, limitare questa mia introduzione ad una mera analisi. Ho fatto proposte concrete, che abbiano anche meglio chiarito la mia lettura. Considero ovviamente, il mio, come un contributo non esaustivo che offro ad una discussione ancora tutta da sviluppare. Di questo lavoro sento, però, davvero l’urgenza. Dobbiamo al Pd e al Paese, un dibattito serio da cui origini un’azione articolata e convinta.



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