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On. Maino Marchi - DEF 2015 (Documento di Economia e Finanza 2015)

24 aprile 2015

Pubblicato in: AttualitÓ

Ringrazio il relatore Tancredi, a cui auguro pronta guarigione, il Governo e tutti i colleghi intervenuti. È comprensibile lo spiazzamento politico delle opposizioni rispetto al DEF presentato dal Governo. Ci si aspettava uno scenario diverso sul nostro rapporto con la Commissione europea, sulla pressione fiscale, sulle clausole di salvaguardia, sulle riforme, sulle previsioni del quadro macroeconomico. Ci si rifugia allora nelle solite litanie: libro dei sogni, eccesso di ottimismo, avvenirismo, aleatorietà, oppure nell’assegnare meriti ai soli fattori esogeni, cioè a ciò che dipende da come va il mondo e non dalle nostre politiche, anche se non va mai dimenticato che nel mondo ci siamo anche noi. Oppure ci si accusa di far finta, come è successo in questi giorni per la giustizia. In due anni abbiamo approvato questioni come il miglioramento del 416-ter sul voto di scambio, l’autoriciclaggio, il falso in bilancio, il reato di tortura. Ma secondo il Movimento 5 Stelle avremmo sempre fatto finta, perché secondo loro c’è sempre qualche cavillo che annulla tutto. Evidentemente non è così, ma è solo negando alla radice anche le cose migliori che fa questo Parlamento che si può continuare con la manfrina ormai quasi penosa del tutti a casa. La realtà è diversa, il DEF mette in risalto i risultati positivi delle politiche del Governo e le potenzialità di tali politiche per il futuro. Un quadro di continuità ed evoluzione delle politiche in un contesto di discontinuità positiva rappresentato dal superamento della recessione e dall’avvio della crescita. Trovare chi sia contento che non peggiori ancora la situazione, onorevole Guidesi, ma stia iniziando a riprendersi è difficile, ma è la condizione per quei progressi che possono far stato meglio tutti domani. Voglio partire dalle politiche europee, la critica sulla politica economica asfittica e sull’austerità che frena lo sviluppo e non permette nemmeno di raggiungerlo gli obiettivi di finanza pubblica è una critica che il Partito Democratico non ha espresso a bassa voce ma con forza e con l’autorevolezza del suo ruolo in Italia e nel partito del socialismo europeo, rafforzata dal consenso alle elezioni europee. Il contesto politico complessivo uscito da quelle elezioni non è purtroppo favorevole per il cambiamento, non si può non vedere però che i cambiamenti ci sono stati, soprattutto per l’azione dell’Italia nel Semestre, prima e dopo. Una politica più orientata alla crescita e all’occupazione è in atto, dal piano Juncker per investimenti pubblici e privati con tutti i limiti che quel piano ha, ma certamente è un primo passo. Flessibilità nell’applicazione delle regole europee, una flessibilità di cui l’Italia ha già beneficiato e che intende utilizzare anche per il futuro. Lo stesso quantitative easing sarebbe stato possibile senza la messa in discussione delle politiche di austerità come ha fatto l’Italia ? E su questo punto dell’Europa, su cui si sono valutazioni sul rapporto con l’Europa, diverse anche al nostro interno ma questa è la ricchezza del Partito Democratico, vorrei fare tre osservazioni. La prima riprende una proposta di SEL, a sua volta ripresa dalla CGIL, sulla tassazione su patrimoni, sulla ricchezza mobile e le successioni. Ci si richiama molto a Piketty, economista che anch’io richiamo spesso nel dibattito nel mio partito, ma le proposte di Piketty sui patrimoni e le ricchezze, a mio avviso condivisibili quelle proposte, anche perché con aliquote più basse di quelle ho sentito in questi giorni, si basano sul presupposto di intese se non mondiali almeno su regioni vaste come può essere l’Europa. La ricchezza mobile più di tanto – e molte cose sono già state fatte in Italia – non si può tassare in non solo Paese, sennò va da un’altra parte. Quindi lo decide l’Europa o è improponibile e così anche per la Tobin tax e d’altra parte anche Tsipras fa come si può, se si parla di utilizzare le risorse nelle casse degli enti locali. La seconda è che capisco la delusione delle opposizioni per le mancate bocciatura dell’Europa, ve lo aspettavate sulla legge di stabilità e invece ha superato gli esami; ve lo aspettate ora sull’utilizzo della flessibilità legata alle riforme ma già i primi giudizi in sede europea confermano quelle scelte. D’altra parte l’insieme delle riforme su cui lavorano Governo e Parlamento è senza precedenti, se non forse nel periodo 1996- 2001, e intervengono su tutti gli aspetti relativi alle politiche di crescita, certo con realismo negli obiettivi da raggiungere perché bisogna tener conto del punto di partenza e noi non promettiamo miracoli. Sono conseguenti le scelte sui collegati, su cui decide il Parlamento con le risoluzioni, e la scuola, che è un punto centrale delle riforme, è giusto che sia fra collegati, scuola sulla quale stiamo mettendo un miliardo in più quest’anno e tre in più del 2016 e non minori risorse e tagli. Terzo, sul cosiddetto tesoretto. Non c’è nessuna fandonia o manovra elettorale. Se di fronte a un miglioramento del quadro economico e quindi del rapporto deficit/PIL non utilizzassimo quel margine per rafforzare le politiche per la crescita verremmo accusati di rigorismo eccessivo. E non si fa maggior deficit, onorevole Guidesi, ma quello previsto. Se lo facciamo, ci si accusa di elettoralismo. Anche qui, la realtà è semplice. Nel DEF c’è una scelta di fondo: fare politiche non restrittive, fare una politica espansiva rispetto alla legislazione vigente e ai tendenziali, e confermando gli obiettivi definiti in ottobre, rispettare le regole europee – cosa che avviene puntualmente. Cosa che è richiesta ancora di più a chi ha un debito elevato come l’Italia. Un utilizzo di risorse che avverrà con tutte le cautele del caso per il 2015; nessun colpo di mano, artificio contabile né imprudenza. Nella risoluzione non diciamo niente di diverso da ciò che è già scritto nel DEF, onorevole Palese. E per il 2016 contribuirà a disinnescare le clausole di salvaguardia, ad evitare l’aumento dell’IVA e delle accise; contribuirà, insieme alla spending review e ad interventi sulle agevolazioni fiscali, sapendo che la spesa è stata messa sotto controllo in Italia in questi anni e non è vero che non si è fatto nulla; così come va sempre più fatta una vera spending review, interventi mirati, salvaguardando il welfare. Sulla pressione fiscale ci si arrampica sugli specchi con le critiche: sta calando e calerà contabilizzando gli 80 euro per quel che sono realmente, una riduzione delle tasse per una parte dei lavoratori dipendenti, e disinnescando le clausole di salvaguardia. Quindi chi dice che il Governo prevede un aumento della pressione fiscale, dice il falso. Onorevole Sorial, legga meglio a pagina 65, e il suo 44,1 in realtà nel 2016 è 42,6. Il Governo ha già operato e prevede un’ulteriore riduzione della pressione fiscale. A questo quadro concorrono fattori esogeni, certo, ma nel DEF le previsioni di crescita dell’Italia, molto prudenziali – a volte c’è stato detto troppo prudenziali – sono legate a questi fattori: deprezzamento dell’euro, flessione del prezzo del petrolio, misure della BCE, solo per il breve periodo. Nel medio periodo diventano prevalenti quelli legati alla domanda interna, connessi con la politica economica del Governo. È stato dimostrato a più riprese nel corso delle audizioni in questi giorni. E per questo si mettono in atto azioni su vari piani – e nella risoluzione indichiamo come rafforzarle – per gli investimenti pubblici e privati, in particolare nel Mezzogiorno, con i fondi strutturali e con gli interventi locali, oltre che con la ripresa del credito alle imprese e la riduzione delle tasse sulle imprese, come per quanto riguarda l’IRAP. Quindi non puntiamo solo sulle esportazioni; puntiamo sulla domanda interna e per questa via si può avere un miglioramento dell’occupazione, quantitativo e qualitativo. Quantitativo: non è che ci vada bene arrivare solo un po’ sotto al 10 per cento di disoccupazione. Certo, si deve puntare ad andare a livelli pre-crisi, ma la crisi è stata lunga e il ritorno non avviene in tempi brevi. Il Jobs Act contribuirà, con gli ammortizzatori sociali, ad intervenire a favore di chi perde il lavoro e contribuirà per favorire le nuove assunzioni. Qualitativo: è già fortemente in atto il passaggio da contratti flessibili a contratti stabili. Non è irrilevante, con tutto quello che si è detto sulla precarietà. Stabili fino a che punto ? Siamo consapevoli che gli incentivi e gli sgravi contributivi non possono finire, ma in altre forme dovranno avere una continuità e lo diciamo nella risoluzione. E occorre rafforzare ulteriormente gli interventi per la povertà. E infine, non voglio sfuggire a uno dei temi più complessi; d’altra parte, l’abbiamo già fatto con il question time del 4 marzo e con la mozione su cui è già avviata la discussione in aula: regioni ed enti locali. Si tratta di un elemento essenziale del sistema della Repubblica e devono avere più autonomia, devono avere una fiscalità locale più chiara e semplificata, devono essere in condizione di poter fare investimenti; la solidarietà verso gli enti a più bassa fiscalità non può essere solo tra comuni, ma anche lo Stato deve fare la sua parte. Va evitato il dissesto di province e città metropolitane, vanno in sostanza risolti i problemi più rilevanti emersi nel confronto in atto tra Governo e regioni ed enti locali, ANCI, e penso che presto avremo un decreto-legge proprio per affrontare questi temi. Quindi, e concludo, ribadendo che il Partito Democratico esprime il suo convinto sostegno al DEF presentato dal Governo e alla risoluzione di maggioranza 



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